di Tiziana Pasetti
Trama – Il 5 aprile 1992 cominciò l’assedio di Sarajevo, trentatré anni fa. Un assedio che fu parte non indipendente di un conflitto iniziato già da tempo nei territori dell’ex Jugoslavia. Questo testo magistrale per composizione e contenuto fu pubblicato in Italia nel 1998 e di quelle guerre che ne componevano una quasi invisibile agli occhi del mondo – un mondo distratto e quindi complice – racconta molto, racconta i fatti, racconta il perché, racconta come l’hanno vissuta e capita quelli che al di qua dal mare Adriatico hanno tentato di porgere una mano, correre in aiuto dei profughi aprendo le proprie case e prestando ascolto alla narrazione di orrori inimmaginabili figli di decisioni politiche e strumentalizzazioni che non conoscono alcuna innocenza, compresa quella delle Nazioni Unite, protagoniste grottesche senza alcuna intenzione di reale intervento, di salvezza per le centinaia di migliaia di civili abbandonati al destino di disegni precisi. Ogni capitolo inizia con una storia di vita e poi prosegue con l’analisi contestuale.
Un assaggio – (Un cecchino). Iscritto al corso di laurea in amministrazione aziendale, la guerra aveva investito Darko con una cartolina precetto quando ancora nessuno pensava che quella fosse la leva per la carneficina. Il nazionalismo lo avrebbe conosciuto soltanto mesi dopo, al ritorno dal servizio militare. L’esercito che lo chiamava ora era l’esercito federale, lo strumento che la Costituzione del suo Paese aveva preposto alla salvaguardia di Fratellanza e Unità, il motto dell’epoca titoista. Non che Darko, come tutti i suoi coetanei peraltro, desse alcun peso a quelle due parole scritte sugli stendardi. Anzi. Quel motto era l’oggetto di frizzi e lazzi goliardici a non finire virgola e aveva finito per incarnare nella fantasia collettiva l’astrattezza e l’irrigidimento burocratico di un sistema in cui la generazione più giovane non vedeva che una trappola che la allontanava dal mondo dei coetanei occidentali. L’estate del 91 finiva bene, l’aria frizzante, il cielo sempre sereno, asciutto. Darko serviva fedelmente la patria e non lo sapeva. Il rituale, lo sberleffo, l’ironia esasperata lo tenevano al riparo dalla consapevolezza del suo inquadramento. Al centro di addestramento, Darko si era portato persino i libri dell’università ma non li aveva mai aperti. Si era messo in mostra per la precisione del tiro con le armi portatili e gli avevano proposto un addestramento particolare. Il primo fa male, fa male fin dentro al cuore, nella carne. Devi sparare senza guardarlo e poi cercare subito un altro obiettivo. Per questo i cecchini ammazzano prima il figlio e dopo, solo dopo, la madre. Per avere un altro obiettivo per staccare l’oculare dal bimbo, per distrarsi. Darko parlava nel sonno, gridava. Non era l’unico, lo facevano in tanti nelle tende. La notte in branda era quasi peggio delle giornate in appostamento, anche di quelle con la pioggia. Forse con l’eroina cominci per la paura, non per il rimorso.
Leggerlo perché – Mai come in questo nostro attuale periodo storico è necessario fermarsi e riflettere sul peso delle cose anche minime, degli accenni che passano sottovoce, delle ambigue affermazioni ‘generiche e generali’ fatte da chi guida il mondo, gli Stati Uniti, la Russia, l’Ucraina, l’Europa. La guerra non comincia con uno schiocco delle dita ma quasi sempre con inviti vellutati alla pace, al conforto della difesa dell’ideale pacifico. La storia ci racconta che le popolazioni sono strumento inerme: il loro spirito viene plagiato ad arte. La pace è un’arma che solo noi, attraverso la conoscenza, possiamo puntare contro i Signori dell’Odio, odio figlio non di religioni o razze ma solo di interessi economici.
Luca Rastello, La guerra in casa, Einaudi
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