Per il tuo matrimonio, Nora, ho deciso di regalarti questa piantina, da portare con te ovunque andrai e da trasmettere ai tuoi figli. Per ricordarti sempre, come diceva la tua bisnonna, che “gli uomini sono compagni alle piante: senza radici, muoiono”
Storia vera di Bianca v. raccolta da Greta Bienati
Ho pensato a lungo, mia cara Nora, al regalo per il tuo matrimonio. Sei la mia prima nipote che si sposa e volevo darti qualcosa di davvero importante, che solo io ti potevo regalare. Ci ho pensato per settimane, e poi ho trovato la soluzione nel mio giardino, dove hai imparato a camminare appoggiandoti ai vasi dei gerani e dove hai giocato nascondendoti tra i pomodori dell’orto del nonno.
Il regalo unico che cercavo era proprio lì, appoggiato al muro di casa: è lì che fiorisce il grande cespuglio di rose, profumatissime e con i petali appena tinti di rosa da cui ho preso questo rametto, che sarà il mio regalo per te. Devi sapere che quel fiore delicato, che sboccia giusto per la festa di San Marco, patrono di Venezia, è il nostro stemma di famiglia. Sì, perché non c’è bisogno di essere nobili, per averne uno: quello che conta non è il sangue blu, ma la profondità delle radici.
Le mie radici, come ti ho raccontato tante volte, sono a Rovigno, in Istria, un paese che oggi è croato, ma che, quando sono nata io, era italiano per lingua e per storia. Papà era arrivato lì da pochi anni, per lavorare nella manifattura tabacchi che dava lavoro a mezzo paese. La mamma, invece, era di Rovigno da cinque generazioni, ossia da quando, ai tempi della Serenissima, i suoi antenati veneziani avevano avviato lì un emporio di spaghi e cordami. Da Venezia, la mia trisavola si era portata la ricetta dei risi e bisi e un rametto di rosa che piantò nel giardino della sua nuova casa. “La rosa di san Marco” la chiamava, e forse l’aiutò a non soffrire troppo di nostalgia. D’altra parte, Rovigno, coi suoi vicoletti storti e le case che toccano il mare, dovette sembrarle una piccola Venezia, con tanto di campanile identico a quello di San Marco a dominare il paese.
La famiglia e la rosa crebbero rigogliose nella terra rossa d’Istria, nonostante due guerre e il succedersi di regni e imperi. Fino al 1947, quando il passaggio dell’Istria alla Jugoslavia segnò la fine di secoli di storia. Io ero una bambina e di quegli anni conservo pochi ricordi, tutti nel piccolo giardino piantato dalla trisnonna: l’altalena appesa ai rami del ciliegio, le fragole mangiate di nascosto, la filastrocca magica in dialetto istriano, per convincere le lumache a tirar fuori le cornine.
La mamma, invece, ricordava ancora 50 anni dopo la sensazione di essere spiata in ogni momento, e la paura che papà venisse arrestato senza motivo, solo perché parlava italiano. In tanti partivano, Rovigno era sempre più vuota. «Dobbiamo andare in Italia» diceva papà. «Prima che sia ancora peggio».
Al pensiero, la mamma si metteva a piangere: «Gli uomini sono compagni delle piante» diceva. «Senza radici, muoiono. E le mie radici sono qua, non in Italia».
Quando papà fu licenziato, però, si arrese. Mentre caricavamo i nostri bagagli su un carretto, la mamma tagliò un rametto dalla rosa della trisnonna: «La pianteremo nella nuova casa» si sforzò di sorridere.
Per la nostra nuova casa, però, ci vollero anni, e una strada lunga e tortuosa, in cui il rametto finì per perdersi, insieme a molti dei nostri ricordi. Dapprima, ci fu un lungo viaggio in treno, che ci portò fino a Trieste, dove le dame della Croce Rossa ci diedero latte caldo e fagioli lessi. Poi ci ritrovammo al Centro smistamento profughi di Udine, un posto buio e triste, che lasciammo di notte, quasi di nascosto. Un altro treno ci portò a Laterina, in Toscana, in una pianura piena di baracche “fatte su con la saliva” come disse papà. Una baracca era la scuola, un’altra la chiesetta, e poi tante baracche in fila, con le stanze divise dalle coperte stese sul fil di ferro, scaldate da stufette che facevano poco calore. Tanti profughi venivano proprio da Rovigno e la mamma ritrovò alcune conoscenti. «Ma dov’è il mare?» chiese, perché a Rovigno il mare era fuori dalla porta di casa.
«Niente mare, solo un fiume» scossero la testa le donne, e le indicarono l’Arno.
Furono anni difficili, anche se io, come tutti i bambini, riuscivo a trovare il lato divertente delle cose, come i bagni nel fiume e i giochi con gli altri piccoli rifugiati. Poi papà trovò un impiego a Firenze e potemmo avere, finalmente, una casa nostra con le pareti vere. La mamma, però, continuava a sognare il ritorno: «Vedrai che presto torneremo a Rovigno».
Il ricordo dell’Istria era diventato per lei quasi mitico, una specie di paradiso perduto di colori e di profumi, Per mantenerlo vivo, continuava a cucinare i piatti di famiglia, dai risi e bisi portati da Venezia ai dolci delle feste perché, diceva, «No xe Nadal sensa fritole, no xe Carneval sensa crostoli». Ma anche il cibo, in Istria, aveva un altro sapore: «Questo radicchio non vale niente» si lamentava. «Non è tenero, non è amaro, non è niente». Quando sarebbe tornata a Rovigno, ne avrebbe fatto un’insalatiera intera, per farci sentire il vero sapore, e per levarsi la voglia. A Rovigno, però, la mamma non sarebbe tornata mai: prima furono i problemi economici, poi la salute di papà, infine una nuova guerra, che non toccò l’Istria, ma che arrivò lì a due passi. Quando anche la guerra finì, la mamma era ormai anziana e gravemente malata. «Non posso tornare» si arrese. «Ma sulla tomba voglio la mia rosa». Era l’ultimo desiderio di una vita tutta dedicata a noi figli: io e mia sorella partimmo una domenica mattina, decise a riportarle almeno un pezzetto di quelle radici che la vita l’aveva costretta a strappare. Naturalmente, l’Istria che trovammo era tutta differente da quella dei nostri pochi ricordi e dei racconti favolosi della mamma. Di Rovigno, non esisteva più neanche il nome: adesso era Rovinj, in croato.
«Avete trovato la nostra casa?» chiese mia mamma al telefono. «E la tomba dei nonni? E la manifattura dove lavorava il papà?».
Non potevo dirle che al posto della nostra casa c’era una palazzina triste e che la tomba dei nonni era stata rimossa da decenni. Per farla contenta, dissi non era cambiato niente e che il radicchio era buonissimo.
«E la rosa? La rosa l’hai trovata?» insistette mia madre. «Era proprio vicino al cancello, prima dell’orto».
Con mia sorella ci guardammo smarrite: «Sì, sicuro» mentii, ma questa volta la mia voce era meno convinta. Al punto che mia madre se ne accorse: «Portami anche una foto» disse. «Che voglio vederla fiorita».
«Cosa facciamo?» dissi a mia sorella, dopo aver riagganciato.
«Guarda!» indicò lei. Dal muro di un giardino abbandonato, faceva capolino una pianta di rose. «Il colore è quello» disse mia sorella.
Non avevamo molta scelta: una foto, un rametto e tornammo a casa col fiato sospeso.
«La mia rosa…» si commosse la mamma. «È proprio lei!».
Forse la mamma si accontentava di avere tra le mani una rosa cresciuta nella terra rossa della sua Istria. O forse, chissà, si trattava davvero di una discendente della nostra rosa. In fondo era bello pensare che una cosa tanto delicata e fragile fosse riuscita a sopravvivere alle follie degli uomini.
«Appena la pianta avrà attecchito, dovete prenderne un rametto per ciascuna» ci fece promettere la mamma. «E poi passerete la rosa alle vostre figlie e alle vostre nipoti. Come fosse lo stemma di famiglia».
Uno stemma e una memoria, che oggi passo a te, Nora. Perché tu possa ricordarti sempre che gli uomini sono compagni alle piante: senza radici, muoiono.●
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