Volevo essere un maschio, sognando Beckham

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Conviene nascere maschi? Forse sì. Perché loro non si fanno soffocare dall'ansia di prestazione. E sono bravissimi a semplificarsi la vita

Da bambina sognavo di essere un maschio, per giocare a calcio nella squadretta dei giardini. Invece, quando ho chiesto di partecipare alle partite sono stata malamente cacciata al grido unanime: «Sei una femmina, non ti vogliamo».

Un’esperienza umiliante e dolorosa? Niente affatto. Determinata a entrare nel team, ho chiesto alla mamma un taglio immediato di capelli. Mi sono ripresentata sul campo nelle vesti di Alberto. E ho magicamente guadagnato il mio ruolo in porta.

Ve lo racconto ispirata dall’articolo Conviene nascere maschi? (su Confidenze in edicola adesso).

Se convenga o meno non lo so. Però, penso che la vita degli uomini sia molto più semplice. Infatti, viziatissimi dalle mamme quando sono bebè, appena crescono sono i primi (anche se non i primogeniti) ad accaparrarsi presto indipendenza e libertà. Non concesse con la stessa generosità alle sorelle, condite ancora via (negli anni Duemila!) con l’irritante: «Lui è un maschio, quindi può».

Ma la grande fortuna degli uomini si palesa nel momento in cui diventano padri. Perché è proprio in quel frangente che salta fuori la vera differenza di genere: loro sono programmati per scansare le mille menate che si fanno le madri.

Mi spiego meglio: la prole dà problemi con brutti voti o atteggiamenti odiosi in casa? Di solito la famigliola modello ne parla a cena. E poi si alza da tavola finalmente sollevata.

Però, una volta a letto, il marito ha già archiviato la faccenda e si addormenta pacifico. Mentre la moglie rimugina sull’accaduto. Non contenta lo ingigantisce. E passa la notte nel suo marasma emotivo.

D’altronde, noi donne abbiamo la tendenza all’auto massacro psicologico.

Il primo esempio. Anche se viviamo accanto a un panzone con quattro peli in testa, siamo convinte di essere noi in difetto, con la nostra cellulite e le braccia mollicce.

Il secondo. Mentre gli uomini approcciano le relazioni sociali con superficiale scioltezza, signore e signorine registrano ogni piccolo atteggiamento del prossimo e lo trasformano in motivo di delusione, sofferenza, strazio o angoscia (a seconda dell’umore, ma sempre sentimenti negativi che attanagliano).

Il terzo. I maschi considerano il lavoro la ragione per cui sono al mondo. Perciò, quando tornano a casa si sentono legittimati nel dichiararsi stanchi morti e infilare le pantofole. Invece le femmine, anche se sfatte dagli impegni professionali, rientrano con la foga di cucinare, controllare i compiti, metter su la lavatrice, telefonare alla mamma (ecc, ecc, ecc). Come se niente fosse rimandabile.

Il quarto (e forse il più rivelatore). Se lui ha una leggerissima influenza, dà per scontato che la dolce metà si trasformi in un’infermierina paziente e accudente a sua completa disposizione. Se è lei a sentirsi poco bene (o ad avere proprio un febbrone da cavallo), si mette comunque ai fornelli. Magari rantolando, ma lo fa.

Eppure, quando si parla di “sesso forte” ci si riferisce ai maschi. In realtà, forti lo siamo tutti. E la storia lo insegna: nel passato i mariti andavano in battaglia. Se salvavano la ghirba tornavano a casa. Ingravidavano le mogli. E ripartivano per altre battaglie.

Nel frattempo, le donne portavano avanti la comunità e crescevano. Da sole.

Non era anche questa un’impresa eroica? Solo che noi non l’abbiamo mai messa giù tanto dura, anche perché non ci era consentito.

Le convenzioni sociali, però, non ci hanno mai impedito di ottenere ciò che volevamo. Nel mio caso, il ruolo da portiere nella squadra di calcio dei giardini.

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